lunedì 26 agosto 2013

Ci sono fotografie che non riesco a dimenticare


Ci sono fotografie che non riesco a dimenticare.
Nel mondo che le persone per bene vorrebbero abitare, queste fotografie sarebbero archiviate alla voce: "Noi siamo stati qui, perché da qualsiasi altra parte ci avrebbero presi a pedate nel culo".
Si vede un elefante inginocchiato, goffamente appoggiato ad un albero con la proboscide. Sta morendo. Forse è già morto, ma ha l'occhio ancora aperto.
Il suo labbro, il suo dito, la sua mano e il suo braccio (cioè la proboscide) sfregano contro la corteccia per puntellare la sua agonia. Seppure in questa posa atroce, è molto bello, molto dignitoso.
Davanti al suo corpo, a sinistra nella foto, c'è uno che assomiglia a Micheal Douglas, però più basso. Impugna un fucile. Un refolo di vento gli alza il ciuffo biondo. E' vestito da cacciatore, per cui ridicolo, con una camicia militare senza maniche: un macho, anche se la statura depone per un mocio. Calzoncini corti a mezza coscia, da salamine e peperoni ustionati nel giardino. Luogo nel quale avrebbe dovuto spargere tutta la sua vita, fino ad estinguere quel sorriso cretino che esibisce inorgoglito.
Sulla destra della foto c'è lui, Gioan Coglions (Juan Carlos, Sua Maestà Re di Spagna).
Anch'egli imbraccia il suo bravo fucile; è vestito da cacciatore della domenica, per cui patetico. La sovraesposizione di un riflesso gli inficia la pelata.
Il suo sorriso non è cretino ed ostentato come quello del suo servo, è solo accennato, trattenuto, forse imbarazzato: è un sorriso idiota. Forse perché nell'istante dello scatto si è ricordato di essere anche Presidente onorario del WWF spagnolo (carica revocata dopo il safari di cui si parla, compiuto in Botswana nel 2012 grazie alla mancia di un ricco saudita). O forse perché è l'unico sorriso di cui dispone, il codardo, che ha poi spacciato per "caduta accidentale" l'incidente occorsogli durante la battuta di caccia al solo fine, peraltro mancato, di tacerla.
Ha ucciso a fucilate un elefante e si è fratturato solo un'anca; gli è andata, al solito, da Re.
E' una fotografia orribile. Si vedono un elefante morto, il tronco di un albero che lo sostiene, due sorrisi e due idioti. Credo sia da tutti risaputo che quando un sorriso ed un idiota decidono di fare una foto insieme, non ne esce niente di buono.

giovedì 25 luglio 2013

Tutto stava andando abbastanza bene


Tutto stava andando abbastanza bene. Poi, nel 1972, si licenzia senza preavviso perché ustionato dai tizzoni della scrittura. Nei nove anni successivi ingaggia una lotta impari immergendo le mani nella pece del proprio passato nel vano tentativo di trasformarlo in parole.
Nel 1983 si rende conto che non funziona. Sarà la punteggiatura, dice. Anche la liquidazione percepita si è ridotta ad una virgola.
Nel 1984 prova con la poesia: non è illegale, pensa. Un po’ tormento personale e un po’ etica.
Riceve tempestivamente risposta da un editore e legge con trepidazione: "Ci siamo trasferiti".
Pensa a Kafka, a Van Gogh. A sua zia Mirne, proprietaria del bilocale in cui egli ammassa le risme, che non lo saluta da qualche tempo.
Nel 1986, Deo gratias!, si dà alle stampe; in particolare quelle dell'ottocento di sua zia Mirne, che stacca dalle pareti. Quattro cupe e consunte riproduzioni dell'Arcimboldo: si distinguono ormai solo tre sedani e due carote. Prova a smerciarle al mercatino dell'ultima domenica del mese, ai bordi della tangenziale.
Poco altro da aggiungere: una pleurite nell'anno successivo, irreparabile ossidazione del radiatore dell'automobile nel 1989, i denti guasti. Affronta gli anni novanta con una gastrite ed un biglietto omaggio per Pocahontas. Poi di lui solo rare tracce sparse, come sangue occulto nelle feci.
Speso tutto. Niente più. Tasche vuote. Cuore sgonfio. Stanco. Le uniche parole rimaste per dire le parole: provare, my friend. Ancora.

giovedì 11 luglio 2013

Cento ore l'anno perdute negli ingorghi


Si titola: "Cento ore l'anno perdute negli ingorghi. Una follia, un danno". Una follia, un danno?
Osservare l'umanità dal finestrino o dallo specchietto retrovisore, ascoltare buona musica confortevolmente blindato al di fuori della comunità: tempo sottratto a lodevoli attività umane? Del tipo? Quindici minuti in un Consiglio di Amministrazione per cercare di fottere qualcuno? Sette, per leggere l'ultimo (un altro), il migliore (ancora) esordio della narrativa italiana di quest'anno?
Quattro passi in un bosco e chiunque incontri ti saluta? Sversare cromo esavalente nelle rogge e nascondere la faccia in una cena? Finire a martellate una volpe presa al laccio? Avvicinarsi al momento della morte presso un Centro Commerciale?
Queste, le attitudini della specie. Siate quindi spesso assenti, o comunque in ritardo, avrete meno colpe. E il clima automatico è un gioia.

domenica 7 luglio 2013